Economia Green: il delicato equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica

16 Marzo 2026

Quando si parla di ambiente e sostenibilità, la parola regina è una sola: “green”. Nel corso degli anni, questa parola è stata usata in diversi modi: economia green, ideologia green, Green Deal, follie green, greenwashing. Si è instaurata un’aspra contrapposizione tra chi vede il green come la soluzione definitiva per il cambiamento climatico e chi lo vede come una truffa anti-economica. Ma facciamo un po’ di chiarezza: che cos’è, in concreto, il green? Viene definito “green” tutto ciò che ha un impatto ambientale limitato o nullo.

In certi casi, il termine può risultare piuttosto arbitrario: una bottiglia di plastica, in sé, non può certo essere definita “green”, ma questo cambia dal momento in cui la si riutilizza dopo il primo uso, inserendola in un sistema di economia circolare.

Data la definizione, ora ci si può avventurare in un breve riassunto di ciò che si è fatto in questi anni per promuovere il green a livello europeo. Nel 2009, l’Unione Europea ha per la prima volta fissato degli obiettivi comuni per ridurre le emissioni di gas inquinanti. Complessivamente, questi obiettivi sono stati raggiunti e anche superati. In questa scia di ottimismo, sono stati presentati altri piani. Con il Green Deal Europeo, la Commissione ha presentato la strategia generale per rendere l’UE climaticamente neutrale entro il 2050. Per dirla in modo molto sintetico, il focus si è spostato dalla riduzione delle emissioni alla completa decarbonizzazione.

La transizione energetica tra opportunità e sacrifici economici
L'immagine rappresenta una lampadina immersa nella terra con una fogliolina verde che cresce al suo interno

Ora entriamo nel vivo dell’articolo: quale sarà il costo sociale di questa transizione? La trasformazione verde richiederà ingenti investimenti governativi, e nel breve termine questo si tradurrà in un aumento delle bollette, dei carburanti e dei costi per le imprese. Alcuni settori industriali potrebbero scomparire, causando crisi occupazionali in intere regioni.

Anche le ristrutturazioni degli edifici e il passaggio dalle auto termiche a quelle elettriche comporteranno costi aggiuntivi per i consumatori. Inizialmente, quindi, la transizione rischia di pesare soprattutto sulle famiglie con redditi medio-bassi. D’altro canto, le famiglie già oggi pagano il prezzo della non-transizione. Spesso sentiamo in tv che i prezzi dei carburanti salgono a causa di crisi internazionali, come la guerra in Iran o in Ucraina. Ma perché questo accade?

In sintesi: l’Europa importa gran parte dell’energia che consuma e il trasporto stradale dipende per circa il 90% dai combustibili fossili. Quando i venditori aumentano il prezzo dei carburanti, le aziende europee che li comprano anticipano un costo maggiore e, per proteggersi, aumentano subito il prezzo del carburante già pronto per la vendita. Così, ciò che paghiamo di più oggi è spesso il frutto di speculazioni sui rifornimenti precedenti, e il costo ricade direttamente sul consumatore.

Gli anglosassoni direbbero “caught between a rock and a hard place”. La transizione avrà un costo sociale importante, non si può negare. La non-transizione ci esporrà ai continui rischi dovuti alla speculazione, e influirà sull’ambiente, anche attraverso il cambiamento climatico. Chiunque venda una delle due soluzioni come quella “assolutamente giusta” mente. Il nostro compito, da cittadini liberi, è informarci e formulare una propria opinione. Spero, in questo, di esservi stato d’aiuto.

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